Questo lavoro è stato inizialmente pensato e realizzato in collaborazione con la Dott.sa Carla De Stefano AP-HP SAMU93, Urgences Hopital Avicenne, Université Paris 13, Bobigny, e in parte presentato ad un congresso internazionale sul trauma terroristico tenutosi a Padova nell’anno appena trascorso,( Terza guerra mondiale? Gestione della morte tra nuove emergenze sociali e la loro soluzione, 3/5 novembre 2016, Padova) il testo è stato in seguito completato, modificato e integrato per la pubblicazione su questa rivista.
La Dottoressa e io ci siamo incontrati diversi anni fa, quando lei stava svolgendo un tirocinio presso l’Istituto Oncologico Europeo e io organizzavo e facilitavo un gruppo di oncologi e chirurghi che mostravano una sofferenza psicologica per il continuo e traumatico confronto con la morte dei pazienti operati e curati con le chemioterapie.
In seguito, Carla (ci chiameremo con il nostro nome proprio per superare difficoltà espositive e formali) e io, dopo il suo trasferimento a Parigi abbiamo intrattenuto, via Skipe, un lavoro di collaborazione e sostegno a proposito della sua attività di terapeuta presso un ospedale del servizio pubblico francese.
Carla, è stata inserita in un progetto di intervento psicologico di urgenza nel pronto soccorso del suo ospedale e ben presto ha partecipato ai primi interventi post traumatici destinati alle vittime sopravvissute all’attentato del Bataclan e in seguito, a quello di Nizza.
Il terrorismo nella nostra epoca è destinato, per molte complicate ragioni sociali economiche e politiche a diventare il territorio privilegiato dell’apparizione perturbante dell’altro assoluto, del male radicale, dell’estraneità irriducibile attraverso cui si legittima ogni ordine costituito.
Una speciale mitologia, anche al di là della sua pratica, che investe l’immaginario collettivo e che pesca e fa leva sulle paure più profonde di noi cittadini ed esseri umani, profondamente condizionati a reagire e a controreagire ai fatti devastanti ai quali assistiamo, senza poter spesso riflettere e comprendere e cambiare.
L’idea di terrore
In effetti l’idea di terrore accompagna la nostra vita in molti spazi psicologici evidenti che sono rappresentativi del nostro istinto di sopravvivenza, contro il timore della morte, per malattia, per azione violenta, per vecchiaia.
Le stesse cure psicologiche, da qualsiasi impostazione teorica o metodologica provengano, sono originate dal desiderio di porre conforto e cura all’idea e all’esperienza di terrore.
Ma al tempo stesso, le cure, sono profondamente influenzate dagli effetti della malattia/trauma che affrontano.
Il terrorismo è fondamentalmente un atto comunicativo in cui la vittima è il suo messaggio, e non lo scopo, e di cui gli altri, i terrorizzati, sono i destinatari.
Il personale curante, gli psicologi stessi, sono profondamente investiti, come sempre, dalla meccanica del terrore e della morte. Dicevamo qui sopra che l’incontro fra me e Carla ha preso avvio in uno spazio di cura, dove il fantasma della morte mitizza una malattia come il cancro che nel nostro immaginario non sembra più neanche appartenere al territorio della malattia, ma diventa spesso simbolo di destino ineluttabile della società moderna, o “mostro” da combattere.
Se dovessimo fare un confronto col terrorismo, è proprio il cancro la malattia che più frequentemente viene concepita come oggetto peculiare del sentimento di terrore. Nell’incontro fra noi, all’epoca dello IEO, avevamo proprio lavorato sul tema della cura psicologica sia dei pazienti afflitti dalla malattia, sia del sostegno ai curanti. I medici spesso si costruivano una corazza psicologica destinata a non reggere molto peraltro, e si attrezzavano psicologicamente costituendo una specie di “falso sé” che li faceva distinguere per atti di “eroismo” personali ( non concedersi spazio di riposo mentre si cura, o affrontare da soli il destino del malato, e in questo modo ancor più sottolineando anche con un atteggiamento speculare come il dolore di chi soffre sia una fatto solitario, non condivisibile, cosa che non è affatto vera); o cercando di diventare dei professionisti freddi e implacabili dediti alla speculazione tecnica e scientifica che non danno spazio alle emozioni del malato, e di conseguenza del medico.
I traumatismi associati alle minacce di violenza, o all’esposizione vera e propria alla violenza, lasciano tracce profonde nella psiche umana e vengono rilevate come sappiamo, attraverso manifestazione depressive, timori incontrollati e sintomatologie psicosomatiche che possono essere anche molto gravi.
L’elaborazione del trauma nel paziente deve essere accompagnata dal terapeuta con grande pazienza e sensibilità attraverso un viaggio che porti il paziente a distinguere l’irrazionalità delle sue manifestazioni per tornare a riprendere la capacità di mentalizzare gli stimoli che hanno superato la barriera del pensiero e si sono rappresentati come timore istintivo, selvaggio diremmo, per poter mettere in atto una reazione di sopravvivenza immediata.
Anche nel terapeuta, si rappresentano durante il lavoro clinico, soprattutto quando questo è molto ravvicinato con lo shock traumatico del paziente, configurazioni di idee e processi di immedesimazione che hanno bisogno di una rielaborazione interiore, possibilmente condotta con supervisori o colleghi che aiutino il terapeuta a non sentirsi così solo ed esposto al “terrore traumatico” e aiutino a ricostruire o a mantenere con saldezza d’animo una visione più realistica dei processi di ripresa psichica dei pazienti, al di là del dolore lacerante al quale questi sono stati esposti. E’ abbastanza comune per esempio, che i terapeuti si sentano sollecitati ad affrontare diremmo, in maniera un po eroica e solitaria (al pari degli oncologi di cui sopra?) il contatto coi traumatizzati, sostenendo in una modalità abbastanza narcisistica il ruolo di chi affronta da solo il male.
Per i colleghi e i supervisori dei terapeuti del trauma, crediamo sia importante sollecitare invece l’importanza di “lavorare in gruppo”, confrontarsi con gli altri, non sentirsi onnipotentemente da soli e saper accettare anche i limiti personali nell’affrontare il dolore delle persone traumatizzate.
La ricostituzione di un funzionamento psichico normale nei traumatizzati avviene spesso proprio perché, nel lavoro di un equipe psicologica si riesce a costituire una rete di pensieri, e di parole fra colleghi che assomiglia molto alla ricostituzione di un “gruppo interno” alla personalità di un individuo.
Parleremo più approfonditamente di questo aspetto proprio nel resoconto degli interventi di Carla e del suo gruppo di lavoro sugli scampati alla strage avvenuta al Bataclan.
“La sera del Bataclan è stata strana, prima di arrivare in aeroporto, io e il mio ragazzo stavamo partendo per una piccola vacanza in Spagna, avevamo avuto difficoltà ad arrivare al terminal, dei militari controllavano gli accessi.
Poi le solite operazioni per salire sull’aereo e finalmente il decollo. Era una serata magnifica, neanche una nuvola su Parigi, vedevo con gioia la “mia città brillare di luci che la illuminavano”.
Atterriamo e sul mio telefonino trovo 150 messaggi, di amici italiani e francesi “dove sei ?, Stai bene? Messaggi in segreteria….
Io abito nel decimo arrondissement a 800 metri dal Bataclan. Una volta arrivata a destinazione vedo alla televisione il dramma.
Vedo i pompieri, i medici del pronto soccorso e riconosco quei luoghi, perché quello è il mio quartiere, il cuore della Parigi dei giovani, la mia Parigi!
Quella sera ho pianto, abbracciata al mio ragazzo e mi pareva che niente potesse rassicurarmi.
Il giorno dopo ho ricevuto le mails dei miei coordinatori che iniziavano a mettere in moto la macchina dell’intervento post traumatico, mi sentivo frustrata per non essere anch’io là, per non potere partecipare da subito al lavoro riabilitativo. In quelle 48 ore in Spagna ero in stato di shock e mi visualizzavo a Parigi, pronta a prendere il mio ruolo di “Urgentiste Psy”, avevo solo paura e incertezza per quello che avrei visto e sentito, e per come avrei organizzato la mia quotidianità.
Ho iniziato a lavorare dopo 72 ore dagli attentati, ho indossato il mio camice CUMP93 e sono andata alla Mairie de l’ XI°. Ho guardato in faccia le mie emozioni e mi sono concentrata sul mio lavoro.
Incontro Alice, 35 anni. Arriva in lacrime, lei ha una relazione con uno dei tecnici del Bataclan e quella sera il suo compagno stava lavorando, il suo ex marito è uno dei soci del locale, quella sera avrebbe incontrato tutti e due e sperava che la serata andasse bene, e fosse allegra.
Alice ha lo sguardo perso, mi vede, mi parla, ma è ancora là fra gli spari. Si è salvata perché quelli dello staff l’hanno condotta fuori dal locale prima che iniziasse la presa degli ostaggi.
Non vede più il suo futuro, ha perso la sicurezza e la gioia che questa città le aveva sempre dato, progetta di andarsene via per sempre da questa città insieme alla sua bambina.
Mi viene in mente che anch’io in Spagna per qualche istante, una volta ricevuta la notizia dell’attentato, mi ero sentita come Alice. Non volevo tornare a Parigi, mi chiedevo che senso avesse vivere ancora in quella città che ormai era cambiata, non era più sicura, aveva deluso le mie aspettative.
Sento profondamente in Alice la minaccia della morte, e sento che anch’io ne sono minacciata, ma riesco ad accogliere le sue emozioni e a convincerla che il peggio è passato, lei è viva e deve ritrovare speranza. Parlando di se e delle sue preoccupazioni per i suoi compagni potrà superare il trauma. Mi dice che si sente strana perché le pare di non provare dolore, è come anestetizzata.
Man mano che i giorni passano e Alice continua il suo percorso di espressione ed elaborazione del trauma la sua situazione psichica migliora, lo smarrimento si dissolve ed emergono reazioni di rabbia e ansia caratteristiche del post traumatismo. Sensi di colpa per essere sopravvissuta mentre altri erano morti “erano come me, giovani pieni di vita, desiderosi di buttarsi alle spalle una settimana di lavoro o di studio, di stare con i loro amici, coi loro amori. Ora non ci sono piu….”
Potrei parlarvi di Salima che al nostro primo colloquio riusciva solo a dirmi che aveva ancora gli “spari dentro, bum bum bum…” le avevo chiesto quando era nata e mi diceva che c’era sangue dappertutto. Ero stata costretta a farla ricoverare perché la sua reazione aveva bisogno di un contenimento forte, almeno per qualche giorno. Non era in grado di elaborare il trauma solo con qualche incontro di supporto.
Ho anche incontrato un gruppo di 5 infermiere, giovani, appena laureate, e nessuna di loro poteva attendersi una notte come quella del Bataclan, ma il loro gruppo di lavoro le aveva protette.
Erano sorprese che durante il loro intervento le avessero fatte curare persone coi polmoni perforati dalle pallottole (molti sono morti per questo), sentivano intorno a loro una specie di calma irrazionale, erano estraniate dalle emozioni che provavano e si muovevano in una sorta di “pilotage automatique”, lo stesso che sentivo io e che sento quando devo lavorare in urgenza.”
Nei nostri incontri via Skype emergeva fortissimo il tema della solitudine sia riguardo alla condizione di Carla come terapeuta a contatto col trauma, sia riguardo al senso di solitudine provato riguardo all’essere così lontana dalla propria casa d’origine, e io stesso provavo un grande desiderio di ricongiungerla alla nostra cultura comune di “italiani”.
Mi ritrovavo a pensare ai viaggi fatti a Parigi dove andavo a trovare mio figlio che aveva trascorso là un anno di studio e iniziavo a sentire Parigi non più un luogo “magico e meraviglioso” come quello che continuo a conservare dentro di me da quando la conosco, ma un luogo straniero, nemico, pericoloso e terrorizzante.
Carla e Io abbiamo elaborato insieme questi vissuti e approfondendo i contenuti dei nostri colloqui riguardo alle dinamiche delle terapie che lei stava conducendo, esploravamo di volta in volta i passaggi più dolorosi dei vissuti di quelle persone e direi, districavamo lentamente le stratificazioni più profonde del dolore psichico della vita delle vittime che in molti casi si era innestato col trauma appena vissuto.
Abbiamo scoperto infatti che anche questo è un effetto del dolore traumatico: ci è parso che frequentemente le situazioni nevrotiche del passato delle vittime si intrecciassero con il trauma facendo assumere al paziente una dimensione luttuosa che colorava i passaggi già dolorosi della vita, una dimensione che non concedeva spazio alla speranza. Sembrava che ogni male non avesse mai fine e che l’unica cosa alla quale si poteva pensare era la morte, la solitudine, la lontananza dagli altri e dalla vita.
Alice, la prima paziente descritta sognava di andarsene per sempre lontano da quella città, stare in un luogo bucolico e silenzioso, un luogo dove il male non si sarebbe mai presentato.
Altri erano attratti dalla solitudine, dal silenzio e anche dalla lontananza dalla “punizione” dell’attentato.
Carla tolta la corazza del suo camice CUMP 93 si sentiva fragile e incapace, solo in attesa di una nuova forza che sarebbe provenuta da una nuova emergenza.
In quel periodo ci eravamo appassionati anche alla ricerca di segnali che provenissero dal mondo della cultura, della storia, per poter capire meglio ciò che il terrorismo ci stava dicendo, sui suoi effetti dispotici, e come i suoi segnali riuscivano, e riescono ad influenzare la nostra vita e avevamo trovato diverse letture e una di queste ci aveva molto colpito:
Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini uguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri; i suoi figli e i suoi amici formano per lui quasi tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta una famiglia, si può dire che non ha più patria.
Per governare questa folla atomizzata di individui apatici e conformisti, la violenza non è più necessaria: il padrone non dice più: “voi penserete come me o morirete”, ma dice: “ voi siete liberi di non pensare come me; la vostra vita, i vostri beni, tutto vi resta; ma da questo momento siete stranieri tra noi (…) voi resterete fra gli uomini, ma perderete il vostro diritto all’umanità. Quando vi avvicinerete ai vostri simili, essi vi sfuggiranno come esseri impuri(…) Andate in pace, io vi lascio la vita, ma una vita peggiore della morte.”A. De Tocqueville.
De Tocqueville stava facendo una elaborazione sul potere e sulla costruzione sociale nella relazione fra le persone, ma m sembrava anche una frase lungimirante sul mondo che si sta costruendo intorno a noi, e forse anche un pò sul modo in cui i rapporti di forza sociali ed economici stanno trasformando il nostro mondo. Una riflessione sul potere, ma anche indirettamente sul potere della paura e del distacco relazionale.
Vorrei ora completare questo lavoro compiendo una riflessione ancora più personale sia sul perché mi sono interessato agli effetti traumatici del terrorismo, sia sul mio modo di considerare il lavoro terapeutico anche al di là delle sofferenze personali nevrotiche o psicotiche dei miei pazienti.
Mi è apparso chiaramente ormai da tempo che i fenomeni terroristici costituiscono sia una metafora che una rappresentazione sotterranea della nostra condizione umana, comune a tutti, islamici integralisti, e “occidentali”.
Il terrorismo porta alla luce conflitti che non possono più essere sottomessi alla logica della società dei consumi, che viene considerata in diversi modi, a seconda che prevalga la lode o la critica ad essa: società dei servizi, società dello spettacolo, postmoderno, ipermoderno, neocapitalismo.
Mi è sembrato molto interessante seguire le suggestioni di Daniele Giglioli, insegnante di Letterature Comparate all’Università di Bergamo.
La società di produzione era incentrata sulla dialettica tra proibire e riposizionare le energie immagazzinate con la repressione (il discorso del padrone di J.Lacan): Astieniti, risparmia, accumula, privilegia il futuro sul presente, offri la più lunga gettata possibile al tuo desiderio.
La società dei consumi prescrive invece l’annullamento dell’istanza proibitiva, e quindi ingiunge: consuma, spreca, godi, ti spetta la felicità qui e ora, tutta subito e senza ostacoli interni né possibilmente esterni (il discorso del capitalista di J. Lacan)
In questa logica sia noi occidentali, sia gli islamici soffriamo dello stesso problema: noi non riusciamo ad accettare che qualcuno ci veda come nemici, ci odi, gli islamisti non possono accettare che il modo di vivere sempre più diffuso nel mondo non li riguardi e cercano la morte come vittime sacrificali che accederanno alla gioia eterna non dando nessun valore alla vita.
Anche loro vogliono tutto e subito e per questo sono disponibili a perdere la vita, mentre noi vogliamo tutto e subito e diamo un valore molto discutibile al futuro e al passato, lasciandoci condizionare dal consumo come atto che restituisce senso alla nostra esistenza.
Per quanto mi riguarda, la ricerca clinica e il lavoro psicoterapeutico non possono dissociarsi da riflessioni di questa portata, sia perché il nostro immaginario inconscio e preconscio sono profondamente influenzati da ciò che accade intorno a noi, sia perché appare chiaro come le nostre impostazioni cliniche siano figlie di una cultura che sta trasformandosi in maniera imponente, in noi e nei nostri pazienti.
Freud che ci insegnava che non si può riempire il vuoto soggettivo senza protendersi verso il futuro avendo conoscenza del nostro passato, sembra sempre più sostituito dai narcisismi identitari derivanti dal possesso della merce.
Giglioli compie un felice ragionamento partendo da queste aree tematiche giungendo a considerazioni di grande stimolo anche sul tema della “costruzione della vittima” che nella nostra condizione attuale spesso vediamo delineata come motivazione e scusante per l’espressione di gesti e culture aberranti sotto il profilo del razzismo e dei rigurgiti fascisti. Sui mezzi di informazione più orientati ad impressionare la gente e suscitare emozioni poco elaborate appare comunemente che noi occidentali siamo semplicemente vittime di personaggi animati da una furia pazza e omicida, senza che si ricerchino in maniera più sensata significati ai gesti terroristici legati alla condizione della divisione dei poteri e delle economie nel mondo. In questo modo si giunge a farci considerare semplicemente vittime di quanto accade e ad aizzare reazioni difensive razziste e incontrollate, che per altro fanno davvero un gran piacere a chi vuole innescare uno scontro fra civiltà.
Un meccanismo di cui approfittano tutti i regimi autoritari che proiettano sugli “altri” (gli ebrei nella Germania hitleriana e staliniana; più recentemente gli armeni nella Turchia di Erdogan) per generare la logica del capro espiatorio.
Ho trovato anche illuminante il contributo che un altro autore, Arjun Appadurai, antropologo e “Provost and senior Vice-President for Academic Affairs di New York”che nel suo ultimo volume “Sicuri da morire” di Meltemi ed. (2017) conduce un brillante ragionamento sulla natura culturale della violenza, e in particolare di quella terroristica e controterroristica.
La sua analisi antropologica e intrecciata profondamente con ragionamenti estratti dalla cultura psicoanalitica non riduce i significati dei gesti terroristici all’espressione di bisogni più profondi di semplice natura economica e di sovranità fra interessi statuali diversi, ma si spinge ad affrontare il tema del significato del gesto nel “corpo sociale” e nel corpo tout court, dei soggetti che si immolano per la causa del terrore.
Vediamo qui come anche il nostro lavoro interpretativo in sede clinica può essere uno strumento che permette di leggere, capire, e credo anche modificare, le espressioni più profonde provenienti dal bisogno delle persone che intendono rimettere in discussione il loro agire nel mondo.
Io penso che il nostro impegno di terapeuti debba sottolineare sia in ambito clinico sia in una forma di partecipazione civile quanto sia imprescindibile il significato del vivere assieme, del condividere delle scelte, del superare il senso individualista e narcisistico della vita e dell’affrontare assieme anche le paure che provengono da chi non sa far altro che pensare di arruolarci in una gara verso la solitudine e la morte.
Paolo Veronesi
Arjun Appadurai, Sicuri da morire (la violenza nell’epoca della globalizzazione), Meltemi ed., 2017.
Eliane Ferragut, Emozione e trauma: Il corpo e la parola, Libreria universitaria.it.,2006.
Daniele Giglioli, Critica della vittima, Figure Nottetempo ed.2014.
Bessel A., Van der Kolk, Alexander C. McFarlane, Lars Weisaeth, Sress traumatico, gli effetti sulla mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili, Magi Ed.,2005.
Boris Cyrulnik, Elena Malaguti, Costruire la resilienza, la riorganizzazione positiva della vita e la creazione di legami significativi. Erikson ed., 2005
Judith Lewis Herman, Guarire dal trauma, Magi Ed.,2005
Paolo Veronesi, “La Yugoslavia e noi. Note sulla psicoanalisi e la guerra”, pubblicato sul
- 62 de Gli Argonauti- Psicoanalisi e società, CIS Editore., Settembre 1994.
Riferimenti di contatto: Dott. Paolo Veronesi, (APG/COIRAG),via Moscova 60, 20121 Milano
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