C’è chi insegna guidando gli altri come cavalli passo per passo.
Forse c’è chi si sente soddisfatto, così guidato.
C’è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo.
C’è pure chi si sente soddisfatto, essendo incoraggiato.
C’è pure chi educa senza nascondere
l’assurdo che è nel mondo, aperto a ogni sviluppo,
cercando di essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono.
Ciascuno cresce solo se sognato.
Danilo Dolci
Il 7 maggio del 2005 il Centro di Psicologia Clinica del Lodigiano organizzò un convegno dal titolo: Oggi a scuola e domani …? e io avevo presentato la relazione di apertura dell’incontro che traeva spunto da una frase del poeta greco Kavafis : I giorni del futuro stanno davanti a noi come una fila di candele accese.
Sono molto soddisfatto oggi che il nostro lavoro, la nostra riflessione, nata a contatto con le incertezze, i dubbi, le speranze dei ragazzi e dei loro genitori, dei loro insegnanti, ci porti a inaugurare questo spazio di discussione che abbiamo pensato, com’è nel nostro stile, come un piccolo pregiato gioiello.
Oggi la frase guida del convegno sarà quella che vedete, le parole di Danilo Dolci, un educatore e un trasgressivo amante della pace e della giustizia, a lui l’Italia deve le prime scuole per i negletti in sicilia, e le esperienze coraggiose di lotta alla mafia. E soprattutto l’amore per un sapere al servizio della gioventù e della crescita.
Chiarisco subito cosa intendo per “sapere”.
Il sapere ha necessità di “regole d’uso”, infatti una conoscenza non è mai utile di per sé, viene sempre accompagnata da un modo d’impiego: regole che ne permettono un uso adeguato e gli conferiscono utilità.
La mia esperienza clinica coi “dispiaceri scolastici dei ragazzi” mi ha sempre posto delle domande che esulavano dalle questioni psicopatologiche. Mi sono sempre domandato che tipo di processo educativo il ragazzo affrontava quando irrimediabilmente esprimeva apatia, ansia, scoraggiamento totale davanti al libro di testo, alla materia, all’insegnante.
Infatti il rapporto che una persona elabora nei confronti di un sapere non è mai solo di natura cognitivo, coinvolge spesso tutta l’anima di quella persona, la sfera affettiva ed emotiva, (ricordo
Camillo che non tollerava le divisioni…. dopo la separazione dei suoi genitori avvenuta in circostanze malaugurate).
In altre parole, ciò che organizza il rapporto col sapere è da un lato il sistema di valori dell’individuo e dall’altro il sistema delle concettualizzazioni. L’interfaccia di questi due sistemi determina il rapporto in questione.
Un esempio relativo alla matematica, la materia con la quale molti di noi hanno un rapporto difficile.
La matematica possiede caratteristiche emotive ambivalenti, questo sapere esercita su tutti noi uno speciale fascino un po’ esoterico e dall’altro provoca un certo rifiuto perché si lascia difficilmente decodificare. La matematica è vista come il sapere per eccellenza, il sapere più astratto, la più elevata tra le scienze, quindi dentro di noi viene connotata con rispetto, soggezione e timore.
Il matematico viene considerato come una specie di mago e spesso crede di esserlo davvero. E ‘ esperienza proprio di questi giorni quella di un ragazzo che iscrittosi alla facoltà di matematica a Pavia, dopo aver sostenuto tutti gli esami del primo anno con un ottima media ha deciso di passare ad altra facoltà perchè nel suo corso, composto da una trentina di allievi, gli insegnanti non ricordavano mai i nomi di nessuno. Certo un mago non può scendere a contatto con gli umani…
E il bello è che ora, oggi, i ragazzi cambiano, costruiscono come possono altre modalità di approccio al sapere, forse in qualche caso lo oltraggiano e fanno disperare gli adulti soprattutto quelli che tengono più a loro, quelli che mantengono la porta del sapere aperta fino allo spasimo, ostinandosi anche contro ogni evidenza ad attendere che i ragazzi la varchino.
Ma vorrei fare qualche considerazione anche sulla psicologia invitandovi a chiedervi che cosa ne pensa questo tipo di sapere dei fenomeni di rifiuto del sapere di cui molti ragazzini paiono investiti.
Dei ragazzi che sembrano più portati a passare lunghe ore davanti al televisore o allo schermo dei videogiochi, di quelli di cui si sa già dalle medie inferiori che non ce la faranno a studiare, che non arriveranno a nessun diploma, a nessuna università e che non avranno nemmeno scuole professionali adeguate per poter diventare dei lavoratori, il dono che molti governi hanno lasciato alla scuola.
Vorrei dire che sono molto critico anche con la psicologia che cerca di risanare i “sistemi di pensiero” di ragazzi che soffrono soprattutto di solitudine nelle nostre case, per i nostri troppi impegni, per le nostre performance alla ricerca di qualche piccola forma di successo personale
che apparentemente possa rassicurare dagli esiti della eterna crisi economica.
Quel tipo di psicologia “fabbrica malati” quelli che semplicemente non stanno al passo e che non hanno per ora sufficiente cura di sé per saper distinguere il ricordo che può lasciare un bel libro letto insieme, o un compito complicato risolto con gli amici, come fosse un’avventura.
E’ lo stesso tipo di psicologia che ha incrementato in questi anni in maniera spasmodica i boatos sulla dislessia, la discalculia e un sacco di baggianate mai provate davvero.
Qualche volta mi succede che un ragazzo, una ragazza mi parlino della scuola con speranza, la descrivono come un luogo dove poter rimanere per continuare a sognare, per non chiudersi le porte del destino, vedono la vita come un fatto duro, inevitabilmente doloroso.
Accade sempre che proprio quei ragazzi siano ben presto i migliori della classe, sono in un punto di equilibrio in cui provano il dolore di diventare grandi e l’ansia di riuscirci al meglio.
Diventano ragazzi ad ali spiegate.
Hanno magari scelto il corso di studi dopo aver fatto errori, hanno passato periodi grami, hanno creduto di non valere niente, di non riuscire a volare. Poi si accorgono che anche la scuola è vita e riescono a staccarsene con un senso di rimpianto. Riescono a studiare anche dopo, possono interessarsi delle cose prestando attenzione, e memoria.
Generalmente quei ragazzi hanno incontrato qualcuno che ha creduto in loro, come maschi e come femmine, li hanno visti come persone dotate di un sesso, un sentimento, una capacità di amare e di decidere di restare ancora piccoli, ancora per un po’ magari.
Sono ragazzi che conservano nei tratti del volto ancora le linee dei bambini che erano ed è come se promettessero di non scordarsi mai che possono ancora sognarsi bambini.
La buona scuola
Nel convegno del 2005 dicevo:
……..so quanto poco basti perchè i ragazzi si scuotano dal torpore e decidano di smettere l’abito del fallito scolastico, oppure quanta fatica si faccia a convincere qualcuno che può smetterla di affamarsi per farla pagare a mamma e papà, o a un futuro che si teme infausto. So che spesso le stesse che si affamano sono intelligentissime e studiose, affamate di pensieri per poter placare i loro stessi pensieri.
So quanto sarebbe importante che a scuola si potesse affermare una conoscenza umana ed emotiva capace di regolare chi proprio non riesce a studiare. So quanto gli insegnanti avrebbero bisogno di incoraggiamento e di capacità di riconoscere che nel gruppo classe si possono attivare energie che trasformino quelle aule in laboratori della crescita imperniati sull’entusiasmo di affrontare la vita come una bella avventura pericolosa e gratificante.
Oggi, qualche volta ho l’impressione che la situazione della scuola, dei ragazzi, degli insegnanti, sia più grave che allora. E che lo sforzo ad elaborare pensieri per sostenere i ragazzi e i loro studi sia sempre meno considerato e si preferisca la lamentela piuttosto che il progetto.
Noi non ci stiamo e proviamo a rilanciare insieme un modo di considerare lo studio e la crescita come qualcosa di cui poter parlare, qualcosa da riprogettare ognuno con le proprie attitudini, competenze e possibilità economiche oltre che culturali.
Vorrei anche dire che oggi, in questo momento costruito assieme ai colleghi del mio centro cercheremo di approfondire insieme a voi qualcosa che riguarda davvero il futuro dei ragazzi e quindi anche del nostro futuro, perchè è chiaro a tutti che non è possibile per nessun adulto credere di potersi disinteressare di questi temi. Quelli che verranno dopo di noi, che insegneranno e cureranno e lavoreranno in qualsiasi forma di economia li attenda avranno la possibilità di ripensare a noi come dei consumatori di gioventù, o come dei creatori di nuove possibilità, noi vogliamo attestarci in questa seconda posizione, l’unica che offra una speranza se non consideriamo che l’economia sia l’unica religione che dovrà colonizzare le loro vite, come già cerca di colonizzare le nostre.
Quindi abbiamo chiamato a confrontarsi con noi persone che partono da considerazioni diverse dalle nostre abituali e che possiedono esperienze che sanno esercitare sommessamente e senza lasciarsi prendere dallo scoraggiamento, e con spirito di custodia erigere a difesa di chi dovrà crescere, e sapere.
E proprio a proposito di questo sapere vorrei aggiungere ancora qualche parola riguardo alla specializzazione della conoscenza.
Nella società e nella scuola si sta affermando qualcosa su cui noi non siamo sufficientemente critici, è tutto l’insieme dei concetti che riguardano la specializzazione dei saperi. Per esempio, è piuttosto recente la concezione che per poter parlare di psicologia o magari di sociologia bisogna possedere un certo grado di competenza e di specializzazione, fino a qualche tempo fa molti si consideravano competenti in questo campo e ad essere sinceri ancora oggi alcuni pensano di poter parlare del funzionamento della mente umana senza essere psicologi.
Ma il sapere scientifico per specializzarsi deve restringere sempre più il campo di intervento riguardo alla conoscenza attraverso un modello che non dirà mai “questa cosa è giusta, questa è sbagliata, conviene usare questa” il discorso scientifico si fermerà sempre sul piano denotativo “questa cosa è bianca o nera, è vera o falsa” elimina cioè qualsiasi giudizio di tipo normativo e possibilmente elimina proprio il tema del giudizio.
Il sapere scientifico si separa sempre più dalla vita quotidiana della gente.
In questo modo ad esempio il corso degli studi dei ragazzi aspira sempre più a realizzare in loro una conoscenza del sapere avulsa dalla comprensione delle loro vere capacità globali, spesso interrotte o sopraffatte o negate dagli scogli di emotività che non possono reggere il confronto con la massa di nozioni che non ricordano loro nulla, non evocano nulla, non li rendono migliori in nulla.
Sembra che vi sia una costituzione di un sapere duro, rigido che impone regole dalle quali non si può uscire.
Ipoteticamente nella mente dei ragazzi vive invece un sapere che si nutre di libera apatia, di un apprendimento che passi preferibilmente dalla vista perchè molto meno difficile usarla come processo di interiorizzazione, forse ancora dei gesti delle madri sempre pronte a nutrirli affinchè non facciano troppi sforzi ( sarebbe l’energia propulsiva della costituzione di una identità futura di bamboccioni, quella di cui parlava il ministro Padoa Schioppa).
Uno dei grandi problemi dell’educazione, della crescita, e del sapere ( e devo dire anche della psicologia) è proprio quello di promuovere un attivismo mentale e fisico per cui da corpi inerti e passivi si ottenga attività spontanea separata dalle abitudini all’accudimento e dalla passività intellettuale, dalla ripetizione di gesti sterili e privi di consapevolezza.
A nostro parere questo fenomeno può avvenire solo in “laboratori scolastici” dove il mettere le mani in pasta sulla conoscenza, dove imparare a stare con gli altri mentre si conosce è talmente importante che non può essere separato dallo studiare.
E’ talmente importante da non poter essere separato dall’usare il corpo sulla materia (la creta ad es.)
o il corpo sulla crescita del corpo stesso (il gioco e l’attività ginnica).
E’ talmente importante da non poter separare la matematica e la soggezione per questa scienza
E’ talmente importante da non poter separare la morale dalla scienza, perchè in realtà la morale non è la scienza dei sacerdoti, ma è la materia di tutto il sapere di tutti noi tutti i giorni, anche se non ce ne accorgiamo
Ecco quindi spiegato perchè abbiamo invitato “specialisti” in morale, “specialisti” in storia e politica, “specialisti” in recupero sociale
Chiederemo loro di parlarci di come i ragazzi possono essere stimolati e recuperati e resi partecipi della vita sociale quando sembrano così esclusi. Chiederemo di parlare di intervento su ragazzi difficili e di come anche le istituzioni più ricche possano partecipare ad un progetto sociale più globale nel quale perda valore il concetto del “si salvi chi può” a favore di un progetto di società migliore.
Ve li presento………………
Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese,
dorate, calde e vivide.Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora il loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.(Costantino Kavafis)


